La figura di Ernesto Nathan occupa una posizione di rilievo nella storia politica e civile dell’Italia liberale e, in particolare, nella vicenda amministrativa della Roma postunitaria. Ebreo di nascita, laico per convinzione, cosmopolita per formazione, repubblicano di ispirazione mazziniana e massone a partire dal 1887, Nathan rappresentò una sintesi originale tra etica risorgimentale, riformismo municipale e rigorosa concezione dello Stato laico. Sindaco della Capitale dal 1907 al 1913, è unanimemente considerato dalla storiografia uno dei più autorevoli e incisivi amministratori che Roma abbia conosciuto.

Nato a Londra il 5 ottobre 1845, figlio di Sara Levi — patriota pesarese, collaboratrice e amica personale di Giuseppe Mazzini — Nathan crebbe in un ambiente profondamente permeato dall’etica del Risorgimento democratico. Trasferitosi in Italia nel 1859, trascorse gli anni della formazione tra Firenze, Lugano, Milano e la Sardegna, maturando esperienze professionali e giornalistiche che contribuirono a consolidarne la visione politica e sociale. A Milano diresse il giornale L’Unità d’Italia, mentre in Sardegna operò come amministratore di un cotonificio, sperimentando concretamente le dinamiche dell’economia moderna.

Determinante fu l’influenza esercitata da Mazzini e da Aurelio Saffi, entrambi legati alla famiglia Nathan sin dagli anni londinesi. Da essi assimilò una concezione della politica come servizio morale e una declinazione del repubblicanesimo fondata sul municipalismo e sulla centralità dell’educazione civica. Giunto a Roma nel 1870, Nathan iniziò una partecipazione attiva alla vita pubblica collaborando con il quotidiano mazziniano La Roma del Popolo. Divenne cittadino italiano nel 1888 e l’anno successivo fu tra i fondatori della Società Dante Alighieri, ancora oggi impegnata nella promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo.

L’adesione alla Libera Muratoria costituì un ulteriore elemento strutturante della sua identità pubblica. Eletto per la prima volta Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia il 1° giugno 1896, succedendo ad Adriano Lemmi, Nathan concepì il proprio magistero come una fase di transizione verso il Novecento. Egli intese riaffermare il ruolo della Massoneria quale spazio etico sovrapartitico, nel quale la diversità delle convinzioni religiose e politiche trovasse unità nel primato dell’integrità morale e del disinteresse personale nell’esercizio delle funzioni pubbliche. Durante il suo mandato, conclusosi tra il 1903 e il 1904, il Grande Oriente trasferì la propria sede a Palazzo Giustiniani, la cui inaugurazione pubblica del 21 aprile 1901 assunse un forte valore simbolico nella Roma umbertina.

Parallelamente, Nathan svolse un’intensa attività politica nelle file del radicalismo democratico. Quando nel 1907 fu eletto sindaco di Roma alla guida del “Blocco popolare”, possedeva già una profonda conoscenza delle criticità strutturali della Capitale: una città ricca di stratificazioni storiche ma segnata da gravi arretratezze amministrative, sociali e infrastrutturali, e dominata da logiche speculative di carattere quasi feudale.

L’amministrazione Nathan si distinse per un rigoroso senso dell’etica pubblica, esplicitamente ispirato al pensiero mazziniano nella sua declinazione municipalistica saffiana. Due furono i principali assi d’intervento: il controllo della speculazione edilizia conseguente al trasferimento della Capitale e una vasta politica educativa, orientata all’istruzione dell’infanzia e alla formazione professionale, concepita in una prospettiva integralmente laica. Centrale, in questo quadro, fu la convinzione che la laicità delle istituzioni costituisse una condizione imprescindibile per il progresso civile.

Nel 1909 venne approvato il primo piano regolatore di Roma, che individuò le aree di espansione urbana al di fuori delle mura, affrontando una situazione di forte concentrazione della proprietà fondiaria, con oltre la metà delle aree edificabili detenute da pochissimi grandi proprietari. Nello stesso anno, dopo una lunga e tenace opposizione agli interessi privati, Nathan promosse la municipalizzazione del servizio tranviario e dell’energia elettrica, avviando contestualmente un ampio programma di opere pubbliche. Nel 1911, in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia, furono inaugurate infrastrutture e complessi monumentali di primaria importanza: il Vittoriano, il Palazzo di Giustizia, la passeggiata archeologica tra Aventino e Celio e lo stadio Nazionale.

Particolarmente significativa fu l’attenzione rivolta all’infanzia: durante il suo mandato vennero istituiti circa 150 asili comunali, dotati anche di servizi di refezione, anticipando modelli di welfare urbano che avrebbero trovato pieno sviluppo solo decenni più tardi. Conclusa l’esperienza amministrativa nel 1913, allo scoppio della Prima guerra mondiale Nathan si arruolò volontario nonostante l’età avanzata, combattendo sul Col di Lana.

Nel 1917 fu nuovamente chiamato alla guida del Grande Oriente d’Italia, in un momento di profonda crisi nazionale. Tuttavia, le condizioni di salute ne limitarono l’azione, e il secondo mandato si concluse nel 1919. Morì a Roma il 9 aprile 1921; è sepolto nel Cimitero del Verano, in prossimità del Pantheon dei Gran Maestri della Massoneria italiana.

La sua figura è oggi ampiamente documentata nel Dizionario Biografico degli Italiani, che ne riconosce il ruolo di protagonista esemplare del riformismo laico e democratico dell’Italia tra Otto e Novecento.